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foto di Fumika Yama

Giappone di Fumika Yama

L’amore è doloroso, ma non evitarlo. Se lo eviti, perdi la più grande opportunità di crescere. Entra in esso, con tutta la sua sofferenza, perché grazie alla sofferenza arriva una grande estasi. Sì, c’è agonia, ma da questa agonia nasce l’estasi. Sì, dovrai morire come ego, ma rinascerai come dio, come buddha. L’amore non è un bisogno, ma un traboccare. L’amore è un lusso. E’ abbondanza. Significa possedere così tanta vita che non sai più cosa farne, quindi la condividi. Significa avere nel cuore infinite melodie da cantare; che qualcuno ascolti o no è irrilevante. Anche se nessuno ascolta, devi comunque cantare, devi danzare la tua danza.  (Osho)

Un pò di ripetizione di storia…

Dejavu che si fa carne, poi sogno, poi Ieri.
In ricordo di questa strana estate. Delle persone che ho ritrovate, sempre meravigliose. Di quelle che ho (ri)scoperto. Delle serate a ballare fino a sfinirmi. Delle concessioni e delle trasgressioni. Dei rami secchi che in autunno cadranno. Del continuo dejavu che accompagna il cambio di stagione. Delle ore al mare: ancora. Di ciò che lascerò andare e di quello che inseguirò per far correre la Donna coi lupi.

Vi auguro il buongiorno riportando il messaggio di Augusto Boal per l’inaugurazione della Giornata Mondiale del Teatro, 27 marzo.

“Theatre is not just an event; it is a way of life! Even if one is unaware of it, human relationships are structured in a theatrical way. The use of space, body language, choice of words and voice modulation, the confrontation of ideas and passions, everything that we demonstrate on the stage, we live in our lives. We are theatre!

(esercizi di teatro dell’oppresso)

Weddings and funerals are “spectacles”, but so, also, are daily rituals so familiar that we are not conscious of this. Occasions of pomp and circumstance, but also the morning coffee, the exchanged good-mornings, timid love and storms of passion, a senate session or a diplomatic meeting – all is theatre.

One of the main functions of our art is to make people sensitive to the “spectacles” of daily life in which the actors are their own spectators, performances in which the stage and the stalls coincide. We are all artists. By doing theatre, we learn to see what is obvious but what we usually can’t see because we are only used to looking at it. What is familiar to us becomes unseen: doing theatre throws light on the stage of daily life.

Theatre is the Hidden Truth

Last September, we were surprised by a theatrical revelation: we, who thought that we were living in a safe world, despite wars, genocide, slaughter and torture which certainly exist, but far from us in remote and wild places. We, who were living in security with our money invested in some respectable bank or in some honest trader’s hands in the stock exchange were told that this money did not exist, that it was virtual, a fictitious invention by some economists who were not fictitious at all and neither reliable nor respectable. Everything was just bad theatre, a dark plot in which a few people won a lot and many people lost all. Some politicians from rich countries held secret meetings in which they found some magic solutions. And we, the victims of their decisions, have remained spectators in the last row of the balcony.

Twenty years ago, I staged Racine’s Phèdre in Rio de Janeiro. The stage setting was poor: cow skins on the ground, bamboos around. Before each presentation, I used to say to my actors: “The fiction we created day by day is over. When you cross those bamboos, none of you will have the right to lie. Theatre is the Hidden Truth”.

When we look beyond appearances, we see oppressors and oppressed people, in all societies, ethnic groups, genders, social classes and castes; we see an unfair and cruel world. We have to create another world because we know it is possible. But it is up to us to build this other world with our hands and by acting on the stage and in our own life.

We are all actors: being a citizen is not living in society, it is changing it.”

*Augusto Boal*

Alcune performance.

Qualche giorno fa mi sveglio, apro il pc e comincio a fare il solito giro sui miei siti di riferimento ed ecco che leggo delle proposte di legge (ben otto) che vari parlamentari (di schieramenti di maggioranza e opposizione) hanno dato in pasto alla Camera il 16 dicembre. Oggetto: modifiche alla legge 91/92 sull’acquisto della cittadinanza.

Leggo l’articolo e penso: “ma sì, cominciamo a mettere giù alcune idee..”

Comincio con l’esporre sinteticamente, riportando dalla fonte da cui ho appreso, le modifiche più importanti.

In particolare, la p.d.l. A.C. 457 (di iniziativa democratica) interviene su puntuali aspetti della vigente disciplina, quali:
§ l’acquisto della cittadinanza per nascita, ampliando il novero dei casi in cui la cittadinanza è attribuita in base al criterio dello jus soli;
§ l’acquisto della cittadinanza da parte del minore, consentendola tra l’altro per il minore figlio di genitori stranieri che abbia frequentato corsi di istruzione presso istituti scolastici del sistema nazionale di istruzione o percorsi di formazione professionale;
§ l’acquisto della cittadinanza per matrimonio, prevedendo modifiche in senso restrittivo della disciplina vigente;
§ i motivi preclusivi dell’attribuzione della cittadinanza;
§ la concessione della cittadinanza per naturalizzazione, aggiungendo al requisito del periodo minimo di dieci anni di presenza regolare e continuativa in Italia già previsto, quello del possesso di un reddito sufficiente.

Le disposizioni introdotte dalla p.d.l. A.C. 1048, Santelli:

§ condizionano l’acquisto della cittadinanza per lo straniero nato in Italia e ivi residente legalmente e ininterrottamente all’aver frequentato scuole riconosciute dallo Stato italiano e all’aver adempiuto agli obblighi scolastici;

§ aggiungono, ai requisiti già previsti per l’acquisizione della cittadinanza per matrimonio e per naturalizzazione, quelli dell’accertamento della buona conoscenza della lingua, della storia e della Costituzione italiana, della rinuncia alla precedente cittadinanza e della frequentazione di un corso di formazione di 12 mesi volto ad approfondire le materie suindicate.

Condizioni accettabili, ma che mi fanno sorridere al pensiero di quanti votanti ogni anno entrino nei seggi elettorali e non abbiano idea (perché evidentemente non sono tenuti ad averla) neanche di quanti articoli sia formata la Costituzione. Ma tant’è: sono nati qui, che facciamo ne chiediamo l’esilio perché non hanno la licenza media o perché a scuola mentre la professoressa spiegava il principio di democrazia rappresentativa erano in bagno a fumare? Io non ho neanche studiato la Costituzione a scuola: si presume che in un liceo scientifico sia fondamentale conoscere la maieutica socratica e non le regole del vivere civico.

Mi chiedo, inoltre, se mio zio Peppino che non ha mai messo in fila due parole in italiano abbia ancora diritto a mantenere la cittadinanza. Dovrò avvertirlo di cercare un corso di formazione full immersion per mettersi alla pari con tutti gli esperti di diritto costituzionale e glottologia italiana che ogni anno sfornano i nostri istituti superiori.

Ah, già…non ne ha bisogno lui: è nato qui, dunque, non deve dimostrare di essere “italiano”. Zio peppino, per stavolta è andata bene! Pfui!!

Ma proseguiamo:

L’A.C. 566 introduce nell’ordinamento un’ipotesi di revoca della cittadinanza a seguito di condanna definitiva per una serie di delitti, alcuni dei quali politicamente motivati, e circoscrive l’ambito dei destinatari a una parte dei cittadini italiani, quelli che abbiano acquistato la cittadinanza per matrimonio ex art. 5, L. 91/1992, escludendone i cittadini iure sanguinis e jure soli e coloro che abbiano acquistato la cittadinanza ad altro titolo.

Neanche a dirlo il numero di nuovi cittadini italiani per matrimonio supera di molte spanne quello degli stranieri che l’hanno acquistata per residenza: 31.609 contro 6.857 (2007). E dal 1992 al 2007 la tendenza è stata sempre questa. (Fonte: Ministero dell’interno. Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. Direzione centrale per i diritti civili, la cittadinanza e le minoranze).

Ma per fortuna qualcuno ha già pensato a far notare il contrasto. Si legge, infatti, a commento: “per una valutazione della disposizione sul piano costituzionale appaiono rilevare, oltre all’art. 54, co. 1°, Cost. (dovere di fedeltà alla Repubblica), il principio di ragionevolezza desumibile, per costante giurisprudenza costituzionale, dal principio di uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge (art. 3, co. 1°, Cost.), nonché l’art. 22 Cost., ai sensi del quale nessuno può essere privato, per motivi politici, della cittadinanza (oltre che della capacità giuridica e del nome).

Se penso poi a quanta gente infame meriterebbe, applicando gli stessi criteri, di essere non solo privata della cittadinanza…va beh! Opinioni e sangue amaro che lasciano il tempo che trovano. Preferisco le riflessioni costruttive ed è per questo che vi invito a seguire un percorso studiato per analizzare alcuni processi tipici dell’uomo e del suo stare in mezzo agli altri uomini. In quale dimensione trova riconoscimento la nazione e il concetto di cittadinanza? Identità nazionale, cittadinanza e condivisione di cultura sono necessariamente concetti imprescindibili? Mi riservo di dedicarmi all’argomento in maniera ancora più precisa e approfondita, con una disamina giuridica.

Alla prossima con un perocorso online under construction!

Gli antichi credevano che il mondo finisse oltre le colonne d’Ercole e ciò metteva loro paura, curiosità e alimentava il mistero.
Il mistero dell’altro rispetto al mondo conosciuto; dell’altro dal noi, dell’immaginato e (forse) inconoscibile.
Oggi l’uomo sa che il mondo, nella sua estensione terrestre, non ha confini per la conoscenza e l’immaginazione. Ma nonostante ciò, siamo sempre più chiusi nelle nostre case, nei territori tangibilmente intelligibili. Non osiamo andare oltre ciò che ci tranquillizza e ci tiene stretti tra le braccia come una mamma un pò apprensiva. Non vogliamo conoscere il vicino, l’emozione del passo più lungo della gamba, il diverso: l’Altro da noi, che può essere Noi davanti allo specchio.
Il desiderio di eterno e la coscienza della sua impossibilità ci impietriscono? Ci fanno desiderare così tanto un centro di gravità permanente o è solo una visione un pò pessimistica del quotidiano moderno?
Viaggiando in me e oltre me, inauguro questo blog alla ricerca non di risposte, ma di percorsi. Di strade, magari non sempre lastricate d’oro, ma che mi auguro – forse eccentrica nello slancio – condurranno alla città di smeraldo. E se non ci piace, possiamo sbattere i tacchi delle scarpette rosse e via a casa, nel nostro Kansas!

Sonia